TEATRO di TRIBALICO

Tribalico è un progetto teatrale nato nel 1998 dalla collaborazione tra AU.DI.DO e Urzene. Ha realizzato vari spettacoli e partecipato a numerose rassegne teatrali.

Ha pubblicato inoltre due volumi: “Alfabeto” e “Alfabeto diversità”, un manuale racconto sulla metodologia del laboratorio.

Progetto Alfabeti  – uno spettacolo e un libro

 ventuno parole

 ventuno illustrazioni

ventuno fotografie

con cui raccontare il teatro di Tribalico, nato nel 1998 come laboratorio AUDIDO. È un libro-manuale, una mostra fotografica e uno spettacolo che si propongono di essere ispirazione per ulteriori alfabeti, cataloghi di conoscenze.

“Sappiamo che i termini dell’alfabeto ci parlano da dentro. Ci contengono e proteggono come formule magiche. Ogni individuo è una biblioteca vivente, una summa di pensieri, esperienze preziose e condivisibili. Come in una grande cassettiera o uno scaffale abbiamo dentro, sistemati anche in maniera non sempre consapevole, oggetti e sistemi filosofici in attesa di essere messi in ordine e catalogati. Rendere fruibili e condivisibili tali cataloghi o alfabeti è lo scopo del nostro lavoro”. (Alfabeto diversità).

https://urdiario.wordpress.com/progetto-h/

Officina Tribalico nasce nel maggio 1998 in un laboratorio dell’associazione AU.DI.DO. È un teatro fisico, non preconfezionato e ingabbiato da ruoli definiti. Si cerca una riscoperta consapevole del proprio corpo, una dimensione primitiva che coinvolge normodotati e diversamente abili.

Spettacoli prodotti da Officina Tribalico (testi di Salvatore Smedile e regia di Alberto Valente)

  • Tribalico (1998)
  • Il Cruto e il Cotto (1999)
  • Triz (2000)
  • Autrekonas (2001)
  • Orlando (2002)
  • Merville (2004)
  • Konzun (2004)
  • Chanzonelle (2005)
  • Storie di libertà (2005)
  • Rinaldo (2006)
  • Ricardo (2007)
  • Queens (2008)
  • Trilogy (2009)
  • La taverna di Brest (2007)
  • Distanze (2010)
  • Santa Smarrita (2012)
  • Le parole (2013)
  • Diario di H (2013)
  • Alfabeto (2015)

Tesi su Officina Tribalico

  • – Stefania La Tona (a. a. 1999 – 2000). “L’esperienza dell’AUDIDO una ricerca su angoscia e paura”, tesi del Corso di Laurea in Psicologia della Università di Torino.
  • – Salvatore Smedile (a. a. 2000 – 2001). “Il metodo autobiografico: l’esperienza di un educatore nel gruppo teatrale Tribalico”, tesi di Diploma,Ccorso per Educatori Professionali, Dipartimento di Salute Mentale ASL 5 Collegno.
  • – Erika Di Crescenzo (a. a. 2004 – 2005). “Officina teatrale AUDIDO – un’impresa da compiere”, Corso di Laurea triennale in Dams, Facoltà di Scienze della Formazione Università degli Studi di Torino.
  • – Stefania Callegari – Erika Di Crescenzo (a. a. 2001). “Teatrhandi. Esperienza  teatrale  diversamente  dotata,  tesi di diploma del corso per animatori professionali Forcoop di Torino.
  • – Alessandra Stazzone (anno accademico 2006 – 2007). Il teatro sociale e il teatro tradizionale. Due esperienze con i disabili a confronto, corso di studio triennale in Scienze dell’Educazione, Facoltà di Scienze della Formazione, Università degli Studi di Torino.

Lo sguardo Tribalico

Più di un fotografo ha cercato di catturare l’anima di Tribalico. Ognuno l’ha fatta propria per restituirla in una forma nuova, l’ha fatta circolare trasformandola in un dono di consapevolezza personale. Delle immagini dei primi scatti non rimangono che vaghi ricordi e qualche foto sbiadita. Vent’anni fa la fotografia esisteva ancora su carta e ci divertivamo a fermare, a caso, espressioni del nostro training con una polaroid che in un’istante riportava l’interiorità da cui partivano i nostri gesti. L’interiorità: un mondo invisibile ma che non può non manifestarsi attraverso l’espressione corporea.

Le foto che considero riuscite sono racconti aperti, sono l’incipit che ciascuno completerà a suo piacimento. Se fanno parlare e se portano altrove, al di là della scena rappresentata e visibile allora sono foto riuscite.”, scriveva Chiara Ceolin (“Tribalico, 2009”). In queste parole c’è un condensato che traduce il nostro progetto. La cifra stilistica-antropologica è quella di un dentro che va verso l’esterno e viceversa. Il gesto non è che la rappresentazione visibile di quello che accade all’interno, in quel grande universo che è l’anima o la mente. Mente in senso non strettamente biologico ma come deposito di un sapere che ci precede e si declina in movimenti di cui abbiamo una parziale consapevolezza.

Provo quasi a rubare quello che non c’è, che non si sapeva di avere o di essere. Alle volte l’immagine del corpo sulla scena rivela all’attore l’altro che lo abita. Gli rivela quanto non coincida mai all’immagine che crede di avere. Fotografo la mancanza, l’invisibile, la voce, lo sguardo che esce dalla foto, lo smarrimento. Mai quello che pensavo di ritrarre”. La parola di Ceolin diventa oracolante, si pronuncia e riunisce i frammenti di discorso che va avanti da vent’anni. Il corpo, che a un primo livello di definizione ha una componente tangibile, è alieno a se stesso e a chi guarda. Non può essere un concetto precostituito che si formula prima dell’azione. In questo senso, il confine tra la disabilità e la normalità è molto largo, improbabile, caduco, provvisorio. Ogni individuo ha una sua specificità costituita da parti sottili. La ricerca del teatro, per quanto ci riguarda, è tentare di avvicinarsi a quelle dimensioni che rendono la nostra esistenza qualcosa di unico.

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